

Mi sembra opportuno, con ciò che stiamo vivendo in queste ore, provare a darvi qualche aggiornamento delle evoluzioni politiche in atto. Perché se è vero che domani iniziano per molti le vacanze, almeno per quanti possono farle, è anche vero che la vacanza di cui si sta discutendo in questi momenti e quella di guida del Paese. In una fase di difficoltà economica e sociale profondissima non possiamo permetterci di stare senza avere una saldezza delle istituzioni e del governo. Le decisioni in casa del maggior partito di governo di creare una componente interna provoca una instabilità e insicurezza la cui soluzione è di difficile previsione.
La gravità della situazione viene soprattutto dal fatto che da un Governo, specie nei momenti critici economici e sociali, ci si aspetta prima di tutto la capacità di rispondere ai problemi dei cittadini. A maggior ragione da un Governo che si è sempre presentato come il governo del fare.
Da ieri si sta invece discutendo sul quale sia la strategia giusta per puntellare un premier in chiara debolezza, sulla cui capacità personale di trovare una via d’uscita da questa crisi politica che sia dettata dalla responsabilità non abbiamo molte speranze.
Credo che in questo momento non si possa far altro che cercare di far ammettere alla maggioranza una chiara crisi di Governo, perché si possa al più presto superare questa “vacanza” di guida del Paese. E poi andare a una fase di transizione che ci metta nelle condizioni di evitare ogni rischio sovversivo del sistema e che apra la strada a una alternativa seria.
Di ora in ora la situazione di sta modificando.
Sarà mia cura tenervi aggiornati sugli sviluppi che ci potranno essere da qui ai prossimi giorni.
Come in un ritornello già visto mille volte, si sono scatenate le fazioni pro e contro la scelta della Fiat di andare a produrre in Serbia. Falchi, colombe, analisti e soloni si scontrano e si confrontano in queste ore, dimenticando di domandarsi se è sufficiente curare il malato con l’aspirina. Perché la scelta della Fiat non sarebbe così decisiva se l’Italia fosse un paese normale, come un’idea di fondo su come tornare a crescere, che non sia legata solo ai sogni del ministro di turno. In un mondo globalizzato ci può stare che un’azienda scelga di delocalizzare all’estero, ma al contempo il paese deve essere in grado di attrarre nuove aziende. E invece le statistiche della Banca Mondiale dicono che l’Italia è all’ultimo posto per capacità di attirare investimenti diretti dall’estero.
È un discorso che vale per i capitali e vale allo stesso modo per le persone. Non si parlerebbe di fuga dei cervelli se dall’estero arrivassero altri talenti come quelli che lasciano l’Italia e non ci sarebbe un progetto come Controesodo, che si propone di agevolare il ritorno in patria dei nostri connazionali costretti ad andare via per vedersi riconosciute le proprie capacità.
Sogno il momento in cui non sarà più necessario presentare un’iniziativa come questa: vorrà dire che saremo diventati un paese con una classe dirigente finalmente in grado di guardare non solo al presente, ma anche al futuro che ci attende.
Colgo l’occasione di un articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera per dedicare questo post a quello che il giornalista Giangiacomo Schiavi chiama Nessuno. Un nome per indicare chi ogni giorno nel nostro paese fa il proprio dovere: paga le tasse, si barcamena tra famiglia e lavoro, si aggrappa a un contratto precario. Non sarebbe male, in un periodo di urla, scandali e di politica basata sulle battute, ricordarsi ogni tanto che nel nostro paese ci sono tante persone che, in silenzio e nonostante tutto, “si ostinano” a fare il loro dovere.
Tagli agli asili nido pubblici, che abbasseranno ulteriormente il numero di bambini che potranno accedervi (oggi al 9/10%, meno di un terzo di quanto previsto dalla Strategia di Lisbona). Meno fondi per gli enti locali, i servizi e le forme di assistenza per le famiglie.
È la ricetta che offre il Governo con la manovra economica. Un provvedimento miope che cala la scure in maniera indiscriminata su voci fondamentali dello Stato sociale, dimenticando che non vi potrà mai essere ripresa se non si pongono le condizioni per aumentare la partecipazione al mondo del lavoro. I paesi più avanzati dal punto di vista economico sono quelli che consentono alle donne di non dover scegliere tra famiglia e lavoro, tra ambizioni di carriera e di maternità. Tutto il contrario di quello che avviene in Italia, dove un Governo a fronte impronta maschile si muove senza criterio, tra l’indifferenza generale delle stesse donne-ministro.
Per questi motivi ieri ho lanciato una provocazione: che ogni donna incroci le braccia per un giorno. Facciamo sentire la nostra indignazione di fronte a un sistema che non considera in alcun modo le esigenze reali delle lavoratrici. Qualche agenzia ha fatto un parallelismo con la Lisistrata di Aristofane (con le donne che fecero lo sciopero del sesso perchè si ponesse fine alla guerra del Peloponneso) o l’Ecclesiazuse (donne che prendevano il posto degli uomini in Parlamento).
Simpatici paragoni, che però non devono distogliere l’attenzione dalla drammaticità della situazione: qui occorre cambiare marcia e farlo subito. Non possiamo lasciare che continuino a considerare prioritaria la legge sulle intercettazioni mentre centinaia di migliaia di persone continuano a perdere il posto di lavoro e non vedono l’uscita dal tunnel.
Da l’Unità
di Alessia Mosca e Marco Meloni, 15 luglio 2010
Si torna a parlare di Europa. Lo si è fatto in seguito all’elezione di D’Alema alla presidenza della Feps. Lo fanno Letta e Caracciolo nel volume «L’Europa e finita?». Lo fa persino il governo, seppure solo per giustificare una manovra iniqua.
L’Europa è in crisi istituzionale, economica, strategica. L’Italia, in crisi, lo è ancor di più: stagnazione economica, abisso dell’etica pubblica e della legalità, fratture sociali e territoriali. La partita è cruciale per il nostro Paese e per l’Europa. Il paesaggio demografico e sociale è radicalmente cambiato: la frammentazione degli interessi, la destrutturazione dei tradizionali capisaldi dei nostri sistemi sociali impongono alle culture riformiste di rigenerarsi dal profondo. Per costruire un nuovo “sogno europeo”, per battere conservatorismi, tendenze nazionaliste, populismi, ideologie di chiusura, i progressisti devono recuperare la visione, la capacità di guardare oltre l’oggi e di “progredire”, appunto, aprendo nuove vie.
L’Europa politica, ora o mai più. Il deficit democratico esiste: diamo all’Unione più competenze statuali (bilancio, fisco, difesa) e più legittimità, con l’elezione di un Presidente a suffragio universale, anche per un’Europa più forte sulla scena internazionale. E comunque le forze progressiste affrontino le prossime elezioni europee con un loro candidato presidente. C’è poi il deficit della politica, che non può essere la scialuppa di salvataggio dei privilegiati nel Titanic della crisi. Il Pd non può limitarsi a organizzare convegni per dichiarare il fallimento del capitalismo: le priorità sono la crescita economica e una maggiore integrazione del mercato unico (lo ha detto bene Gianni Pittella). La bussola dei progressisti deve essere la mobilità sociale, motore di competitività ed equità. Proposte: un mercato del lavoro europeo, a partire dal programma Eures, che potrebbe diminuire di un quarto la disoccupazione; mobilità dei giovani (riconoscimento dei titoli di studio, Erasmus e servizio civile obbligatorio), investimento nel capitale umano senza paura della diversità culturale, che è già una forza dell’Europa. Il meticciato è un fattore essenziale di innovazione. Da noi, di Europa non parlino solo i soliti noti: diamo la parola agli esiliati per scelta, una grande risorsa del Paese.
Il momento storico e D’Alema alla guida della Feps sono una grande opportunità. L’Europa rimarrà un’incompiuta finché non avremo istituzioni, strategie, culture e partiti realmente condivisi. Noi democratici italiani dobbiamo avere il coraggio di dire chiaramente: è il tempo di costruire gli Stati Uniti d’Europa e il Partito Democratico Europeo.
Il testo dell’articolo sul sito de l’Unità














Un piccolo sassolino contro un sistema di potere nebuloso
Si naviga a vista e ciò che preoccupa di più è che il nostro Paese, il nostro stato dell’economia non si possono permettere tale stallo.
In questi giorni sto rileggendo libri e ricordi di grandi personaggi della nostra storia che hanno vissuto fasi altrettanto buie del recente passato, a partire dai fatti della P2, di Tangentopoli, del caso Sindona. Proprio su questo, nel libro di Umberto Ambrosoli che ripercorre la vicenda eroica nella sua normalità di funzionario dello stato, ho trovato questi passaggi stridentemente e drammaticamente attuali nella loro sconcertante semplicita’.
Così scrive Umberto descrivendo il padre: “ha preso le misure di un mondo che sembra ignorare qualsiasi regola che non sia la conservazione del potere. Lui invece ha mantenuto la sua dirittura, la sua passione per la legalità, il suo senso di giustizia: credeva forse che le regole fossero un sostrato condiviso in una società civile ma si rende conto che il solo difenderle è diventato qualcosa di rivoluzionario. Senza fare proclami, con il suo lavoro sta dimostrando che è possibile anteporre il bene del Paese, il bene comune agli interessi di parte e a quelli personali”
E ancora: “non ha abdicato: ha vissuto la propria responsabilità, senza proclami o eroismi. (…) Miopi calcoli, negligenze, paura danno spazio crescente all’illegalità”.
Infine, vedendo le fotografie e i gossip su cene, feste e ritrovi vari di questi giorni, quanto fa riflettere leggere questo commento di Ambrosoli come di situazioni a suo giudizio imbarazzanti: “cioè partecipare a momenti di ’socialità’ e scoprire che tra gli ospiti, invitati da suoi amici, sono presenti anche persone che lui considera ‘amici di Sindona’ e dunque da evitare. Per papà è importante non solo agire con correttezza ma anche non dare adito a dubbi o ambiguità di sorta”.
Mi auguro e auguro a tutti noi che durante queste vacanze, riflettendo sul da farsi, si tengano presenti riferimenti morali e di sobrietà come quelli lasciatici da chi ha contribuito a fare grande il nostro Paese, anche pagando con la vita la propria rettitudine.