OIPA Magazine, 11 giugno 2012
A cura di: Martina Fusco
Intervista all’onorevole Alessia Mosca, segretario della commissione Lavoro della Camera
Molti rappresentanti del mondo delle imprese, che rappresentano lo zoccolo duro dei nostri lettori, si rivolgono ad Oipa (Osservatorio su Imprese e Pubblica Amministrazione) esternando – relativamente all’istituto del contratto a progetto – le proprie preoccupazioni per una riforma del lavoro che secondo loro rischia di “buttare il bambino con tutta l’acqua sporca” o, fuor di metafora, la parte di “flessibilità buona” insieme alle storture contenute nel nostro sistema.
Quali sono le finalità che l’art. 8 del Ddl Lavoro (relativo ai contratti a progetto) si propone di realizzare?
Vorrei fare un passo indietro per inquadrare l’architettura nella quale è stato concepito l’art.8 del Ddl lavoro. L’obiettivo del Governo, che ho condiviso, è stato di mettere ordine in un sistema caratterizzato da una giungla di contratti che prestava il fianco a numerosi abusi. Per questo ritengo che non si possa affrontare il tema dei nuovi contratti a progetto se non alla luce di un provvedimento che eleva le tutele dei lavoratori, compresi quelli che perdono il posto, e introduce nuovi criteri di flessibilità a vantaggio delle aziende che vogliono investire sul capitale umano. Le specifiche in merito al contenuto del contratto e alle finalità del progetto contribuiranno a portare trasparenza nel mercato, con benefici per le aziende che hanno sempre operato secondo i principi ispiratori della normativa Biagi, e che ingiustamente venivano accusate di sfruttare i lavoratori. La riforma, inoltre, impedisce di introdurre nei contratti a progetto clausole individuali che consentono il recesso del committente, anteriormente alla scadenza del termine, anche in mancanza di una giusta causa. Inoltre aumenta l’aliquota contributiva di un punto percentuale all’anno, fino ad arrivare nel 2018 alla parificazione al 33% con i contratti di natura subordinata, completando così l’avvicinamento alle aliquote previste per il contratto subordinato. Infine rafforza l’una tantum in caso di disoccupazione.
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Oggi in Lussemburgo inizia la discussione tra il Ministro al lavoro, Sacconi e la Commissione Europea sul tema dell’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nella Pubblica Amministrazione.
L’esecutivo comunitario chiede di equiparare l’età a quella maschile (65 anni per l’anzianità), pena sanzioni per il nostro paese. La mia posizione su questo tema l’ho ripetuta a più riprese: l’innalzamento è possibile, ma solo se le richieste dell’Ue non vengono utilizzate dal nostro Governo come pretesto per far cassa. L’aumento dell’età media consente alle donne di stare al lavoro qualche anno in più, ma è fondamentale che tutti i risparmi della riforma vengano destinati per favorire la conciliazione tra esigenze di vita e lavoro delle lavoratrici e per sostenere l’incremento dell’occupazione femminile nel nostro paese.
Qualsiasi altra soluzione sarebbe un furto per le donne.
Pubblicato il January 12, 2009
in PA.
“Brunetta ha un vero e proprio talento, quello di bruciare le idee buone lanciandole in modo intempestivo e anche sbagliato”. Così il giuslavorista e mio collega di partito, il senatore Pietro Ichino, ha definito nel recente passato il ministro per la Pubblica Amministrazione, che in questo primo squarcio di legislatura si è contraddistinto soprattutto per una serie di uscite pirotecniche, che gli hanno garantito una popolarità nel breve termine, fino a quando sono passate cioè al vaglio dei fatti, che lo hanno spesso smentito o quanto meno ridimensionato.
Sulle sue intemerate relative all’età di pensionamento delle donne mi sono già soffermata in passato e lo stesso vale per le sue proposte di ridimensionato dei lavoratori pubblici. Inutile dire che entrambe le proposte avanzate dal ministro non hanno avuto alcun seguito nei fatti.
L’ultima uscita risale allo scorso week-end, quando il ministro Brunetta ha affermato che “i dipendenti pubblici si vergognano a dire ai loro figli che attività svolgono” e si è ripromesso di restituire loro l’orgoglio della professione. Una posizione che è servita a riempire le pagine dei giornali e riportare il ministro in copertina, ma non contribuisce certo a risolvere un problema che esiste e che ha un peso importante. La nostra Pubblica Amministrazione ha un deficit di produttività che penalizza i lavoratori seri (e sono tanti) e non le consente di contribuire a rilanciare il sistema economico. Detto questo, c’è una strada obbligata da percorrere: introdurre un sistema serio di valutazione che faccia emergere le inefficienze e premi – anche sul piano economico – i dipendenti pubblici capaci. L’unico modo per resituire davvero a questi ultimi la dignità contro le generalizzazioni di cui sono vittime in questi mesi.
Pubblicato il October 16, 2008
in Europa and PA.
Trasformare la politica degli annunci in una politica dei fatti. E’ il salto al quale è chiamato il Governo per dare davvero un’impronta modernizzatrice alla Pubblica Amministrazione italiana. Questi primi mesi della legislatura sono serviti all’esecutivo per mettere in luce i problemi della macchina amministrativa, spesso sparando nel mucchio e umiliando proprio i settori e i dipendenti più scrupolosi ed efficienti. Ora occorre dare una sterzata con misure concrete per fare del settore pubblico un sinonimo di eccellenza italiana.
Nei giorni scorsi il ministro alla Funzione Pubblica Renato Brunetta ha annunciato di avere allo studio una sorta di Erasmus per i dipendenti pubblici e, soprattutto, per i dirigenti. Come più volte ho scritto sul sito, l’esperienza formativa all’estero è un valore aggiunto per la formazione individuale e per i frutti che garantisce nel tempo. Tuttavia, il ministro probabilmente dimentica che un progetto in tal senso esiste già a livello comunitario; è stato promosso per iniziativa dell’eurodeputato del PD Gianni Pittella: prevede già una prima mobilità di circa 240 giovani funzionari pubblici europei a partire dall’8 dicembre prossimo. Anche l’Italia potrà prender parte a questo progetto e il nostro governo avrà tempo fino al 17 ottobre (domani!) per presentare la sua prima rosa di giovani funzionari di recente assunzione, esperti di affari europei e che parlino il francese e/o l’inglese, da inviare a Bruxelles per uno stage formativo. La prova per le buone intenzioni è dietro l’angolo: non resta che attendere.
Pubblicato il August 3, 2008
in lavoro and PA.
Riformare la Pubblica Amministrazione è indispensabile, per assicurare servizi efficienti ai cittadini, eliminare gli sprechi e colpire le rendite di posizione. Se prendiamo per buono questo obiettivo, dobbiamo agire di conseguenza individuando cosa non funziona, per poi migliorarlo. Non si sta di certo muovendo in questa direzione il Governo, che continua nella polemica contro i dipendenti pubblici e si prepara a tagli indiscriminati, tanto negli organici, quanto nelle retribuzioni.
Ho da poco finito di leggere una ricerca Isfol, da cui emerge che l’Italia è al terzultimo posto in Europa nel rapporto tra numero dei dipendenti della Pubblica amministrazione e abitanti, seguita solo da Irlanda e Finlandia. Un dato che smentisce le dichiarazioni del ministro Brunetta, secondo cui ci sono troppi dipendenti pubblici. La decisione governativa di assumere un dipendente pubblico ogni dieci persone che vanno in pensione rischia di compromettere il funzionamento di molti uffici (penso soprattutto alla sanità e agli uffici dei piccoli comuni), a tutto danno del servizio reso ai cittadini. Insomma, il risultato sarebbe esattamente opposto a quello sbandierato dall’Esecutivo.
Il Governo è chiamato a fare chiarezza: se punta a far cassa riducendo gli organici pubblici, deve avere il coraggio di dirlo esplicitamente e assumersi questa responsabilità. Perchè, altrimenti, si confondono i cittadini con informazioni destituite di qualsiasi fondamento. Dalla ricerca dell’Isfol emergono altri dati interessanti. I dipendenti pubblici sono mediamente più istruiti rispetto al totale dei lavoratori: di fatti, quasi il 70% degli occupati ha un’istruzione media superiore (51% diploma di scuola secondaria superiore e 18% laurea), contro il 51% degli occupati totali. L’incidenza dell’occupazione femminile nel pubblico è superiore rispetto all’intero mercato del lavoro (50% contro il 39%). Inoltre, le donne dirigenti nella P.A. rappresentano il 28% del totale, contro il 25% dell’intero mercato del lavoro e il 7% del settore industriale. In un paese che la più bassa partecipazione di donne occupate nell’intera Ue e che sconta un deficit di competitività, basterebbero solo questi dati a rifiutare l’ipotesi di tagli al personale pubblico. Quindi, oltre che ingiusto, è sbagliato dal punto di vista economico demonizzare i dipendenti pubblici. Occorre piuttosto valorizzare le potenzialità del personale, premiando il merito e colpendo i veri fannulloni. Qualcuno dirà che proprio questo promette Brunetta. Vero, peccato però che alle buone intenzioni non seguano i fatti. Con la manovra economica, il Governo ha bloccato la retribuzione accessoria legata alla produttività nella Pubblica Amministrazione. Così, dal 1° gennaio 2009, chi lavora seriamente e si impegna a migliore guadagnerà esattamente quanto il collega fannullone. Con buona pace della tanto sbandierata promozione del merito.
Pubblicato il July 28, 2008
in lavoro and PA.
Precariato, pubblica amministrazione, lavoratori interinali. Gli ultimi giorni hanno portato grandi novità nel mondo del lavoro. Peccato che le buone intenzioni di alcuni si siano scontrate con i sotterfugi e la passione con gli slogan di altri.
Faccio un passo indietro: il PD è nato per essere una forza riformista e resta fedele a questa impostazione senza cedimenti. Questo significa che siamo pronti a valutare nel merito ogni proposta che arriva dal Governo e dalla maggioranza senza paraocchi: se ci sono misure valide per accrescere e migliorare l’occupabilità, siamo pronti a fare la nostra parte. Se ci accorgiamo che si vuole approfittare del clima vacanziero per colpire le fasce più deboli dei lavoratori, opponiamo la nostra più ferma opposizione.
Il libro verde di Sacconi. Il week-end si è aperto con il Libro Verde presentato dal ministro Sacconi, che apre al dialogo politico e sociale con l’obiettivo di trovare una strada condivisa per riformare il mercato del lavoro. Mi sembra una buona strada: siamo consapevoli che il welfare italiano attuale è vecchio e poco adatto alle nuove sfide della demografia, della competitività, delle nuove povertà. Su questi temi non smetteremo mai di dare il nostro contributo, guardando con grande interesse a tutti coloro che sono consapevoli di questo stato di cose e vogliono migliorare lo status quo con politiche condivise.
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La Lega alla prova di Governo