Brexit Weekly Update: analisi del voto

09 giugno 2017 0 commenti

Cosa è accaduto?

Dopo il voto di ieri nel Regno Unito, questa mattina ci siamo svegliati con la notizia che Theresa May e il Partito Conservatore hanno perso la maggioranza parlamentare su cui potevano contare fino a questo momento, a causa della rimonta del Partito Laburista, di cui vi avevamo parlato nelle scorse settimane. Il risultato è un clima di incertezza e confusione in cui, nonostante la conferma del Partito Conservatore come primo partito, non emerge dalle elezioni nessun chiaro vincitore.

Per ricostruire meglio la situazione, può essere utile ripercorrere brevemente il percorso che ci ha portato fin qui. Theresa May è diventata Prima Ministra nel luglio 2016, senza passare per elezioni ma prendendo il posto del collega di partito David Cameron, dimessosi dopo aver perso il referendum sulla Brexit, da lui stesso indetto nella convinzione che tanto i britannici non avrebbero votato per lasciare l’Unione Europea.

Una volta arrivata alla guida del Paese, Theresa May ha concentrato tutta la propria azione di governo sul tema Brexit, impostando le trattive su una linea molto dura (la cosiddetta hard Brexit) e avviando formalmente la procedura che porterà il Regno Unito ad abbandonare l’Unione Europea nell’aprile 2019.

Dopo aver fatto ciò, ha indetto elezioni anticipate, nonostante nei mesi precedenti avesse più volte ripetuto che si sarebbe votato regolarmente nel 2020 perché il Paese non aveva bisogno di ulteriore incertezza. Con una contraddizione evidente, Theresa May aveva, allora, spiegato che il voto anticipato avrebbe dato stabilità al Paese. La vera ragione della richiesta di voto anticipato è, però, che ad aprile i sondaggi davano i Conservatori in vantaggio di quasi 20 punti sui Laburisti: Theresa May sperava, quindi, di poter aumentare il risicato vantaggio parlamentare di cui disponeva, passando da 330 parlamentari a circa 400 (la camera elettiva britannica conta, infatti, 650 parlamentari, quindi 330 parlamentari superano di soli 4 la soglia minima di 326 necessaria per avere una maggioranza).

Solo due mesi fa lo scenario era, quindi, questo: da un lato un Partito Conservatore con un vantaggio ritenuto incolmabile e una leader considerata forte e autorevole, dall’altro un Partito Laburista debole, lacerato al proprio interno e guidato un leader, Jeremy Corby, la cui leadership era stata spesso messa in discussione nei mesi precedenti.

Il giorno dopo il voto, il panorama politico è invece completamente diverso: il Partito Conservatore si ferma al 42% e a 318 deputati, perdendo 12 seggi e la maggioranza parlamentare, mentre il Partito Laburista recupera fino ad arrivare al 40%, prendendo addirittura 3 milioni di voti più del risultato di Tony Blair nel 2005, ma fermandosi a 261 deputati per via delle caratteristiche della legge elettorale britannica.

È assolutamente evidente, a questo punto, che la mossa di chiamare elezioni anticipate sia stata un errore clamoroso: le elezioni anticipate, pensate per dare stabilità e rafforzare il Governo, obbligheranno, invece, i Conservatori a una difficile coalizione.

Theresa May rimarrà, tuttavia, Prima Ministra britannica: nonostante le critiche all’interno del Partito Conservatore siano fortissime, la mancanza di un’alternativa credibile ha fatto sì che nessuno ne abbia chiesto le dimissioni. May si è già presentata al cospetto della Regina per garantire che formerà un nuovo governo con l’aiuto dei 10 deputati del Partito Unionista Democratico, il partito nord-irlandese protestante e fedele alla corona inglese. Non è ancora chiaro se si tratterà di una coalizione formale o di un appoggio esterno, ma in ogni caso sarà una convivenza difficile: il Partito Unionista Democratico è più a destra dei conservatori su tanti temi sociali e civili (ad esempio, è apertamente ostile ai diritti delle persone omosessuali) e si è detto contrario a una hard Brexit; inoltre, il sistema del Regno Unito non è abituato a coalizioni di governo, sono situazioni rare e che ogni volta vengono gestite con molta difficoltà. Inoltre, questa coalizione conterebbe su solamente 328 parlamentari, due in meno di quanti ne avessero fino a ieri i Conservatori da soli. Senza contare che la perdita di credibilità di Theresa May rende ora difficile prevedere quanto sarà in grado di controllare i membri più irrequieti del proprio partito.

 

Come si è arrivati a questo risultato?

Oggi tanti giornali italiani parlano o di un voto a favore del progetto radicale di Jeremy Corbyn o di un voto contro la hard Brexit di Theresa May, ma i primi dati dicono che entrambe queste letture sono quantomeno parziali. Da un lato, il 38% di chi ha votato laburista dice di averlo fatto non perché convinto dal progetto ma perché rappresentava il “meno peggio”; dall’altro solo il 14% degli elettori dice che il tema Brexit è stato il più rilevante nel decidere cosa votare (si ferma al quinto posto dopo sanità, economia, immigrazione e sicurezza).

La sconfitta dei Conservatori dipende, invece, soprattutto da una lettura completamente sbagliata della società britannica. Theresa May ha incentrato la campagna elettorale soltanto su di sé e sul tema Brexit, presentandosi come l’unica persona forte abbastanza per trattare con l’Unione Europea, senza offrire risposte soddisfacenti sui tanti temi che toccano la vita quotidiana delle persone più arrabbiate o più in difficoltà. Anzi, talvolta proponendo ricette disastrose per il ceto medio, come una riforma della sanità che avrebbe chiesto alle persone anziane di pagare di tasca propria per le cure, proposta che va individuata come una delle cause principali della sconfitta dei Conservatori (una persona su cinque dice che il tema sanità è stato il più importante nella scelta di voto).

Ma un secondo aspetto è fondamentale e voglio soffermarmici con attenzione: il voto dei giovani. I Conservatori hanno deliberatamente ignorato questa parte dell’elettorato, probabilmente convinti che non sarebbe andata a votare, come effettivamente e purtroppo spesso accade. Jeremy Corbyn, al contrario, ha puntato molto sui giovani, concentrandosi su problemi a loro vicini, come ad esempio la questione delle tasse universitarie, ed è stato ripagato: i dati suggeriscono che il 70% dei giovanissimi sia andata a votare, preferendo con percentuali molto elevate il Partito Laburista.

Diffiderei da interpretazioni e letture troppo precipitose: come nel caso dello stesso voto sulla Brexit, sono molti i dati che dovremo analizzare e assimilare.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo