Brexit Weekly Update: il voto britannico e il futuro della Brexit

12 giugno 2017 0 commenti

I risultati delle elezioni britanniche hanno lasciato più dubbi che certezze sul futuro delle negoziazioni per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Theresa May aveva indetto elezioni anticipate per rafforzare il proprio ruolo e per legittimare la scelta di portare avanti un’hard Brexit, ma il risultato elettorale deludente mette in dubbio l’impostazione adottata finora senza rendere chiaro se e come questa verrà messa rivista.

Formalmente nulla sembra essere cambiato, Theresa May ha confermato di voler proseguire sulla strada tracciata finora e nel rimpasto di Governo è stato riconfermato David Davis nel ruolo di Segretario di Stato per la fuoriuscita dall’Unione Europea.

Probabilmente, tuttavia, sarà necessario ammorbidire la linea. Il nuovo governo si poggia sul sostegno dei dieci deputati nord-irlandesi del Partito Unionista Democratico, il quale chiede un approccio più soft ai negoziati, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al mercato unico europeo e la gestione del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Inoltre la coalizione di governo può contare su una maggioranza parlamentare talmente risicata che i Conservatori saranno obbligati a venire in un qualche modo incontro alle richieste dei Laburisti (che chiedono di limitare le conseguenze di un’hard Brexit) se non vorranno correre il rischio di una paralisi dei lavori in Parlamento.

Nonostante questo, come già detto venerdì, dobbiamo stare attenti a non sovrastimare le conseguenze del voto sul tema Brexit. Tutti i dati mettono in evidenza che gli elettori hanno fatto le loro scelte pensando molto più alle questioni di politica interna che non alla Brexit e ai rapporti con l’Unione Europea; inoltre, sia il Partito Conservatore sia il Partito Laburista, che insieme hanno preso più dell’80% dei voti, sono d’accordo nel dire che il percorso di fuoriuscita dall’Unione Europea deve andare avanti velocemente, pur essendo in disaccordo sulle modalità con le quali procedere. Dobbiamo, quindi, aspettarci qualche assestamento, che potrà essere anche rilevante, ma che non cambierà in maniera radicale quanto avvenuto finora.

La questione più urgente in questo momento riguarda, quindi, non i contenuti delle trattative, ma le tempistiche. Il 19 giugno è fissato, infatti, il primo incontro ufficiale tra Regno Unito e Unione Europea per discutere di Brexit. La data era stata scelta quando ancora si profilava una vittoria schiacciante di Theresa May: ora la questione è molto più complicata. Davis oggi ha fatto sapere, in un'intervista a Skynews, potrebbero non iniziare lunedì 19, come previsto, perché quello è il giorno dedicato al 'discorso della Regina', il tradizionale intervento della sovrana che dà inizio all'anno parlamentare. Tuttavia, il rinvio dovrebbe essere solo di pochi giorni perché Davis ha comunque confermato la prossima settimana come data orientativa. E' evidente che il timore diffuso sia quello di un allungamento di tutti i tempi di discussione, con il rischio concreto che non si riesca ad arrivare a un accordo entro i due anni che i Trattati europei stabiliscono come tempo massimo.

Tecnicamente, sarebbe possibile una proroga di due ulteriori anni al massimo, ma questa dovrebbe essere votata all’unanimità dai 27 Paesi membri, scenario che appare oggi inverosimile dal momento che tutti i principali rappresentanti dell’Unione Europea e dei Paesi membri si sono affrettati a dichiarare che, nonostante i comprensibili problemi che il Regno Unito sta vivendo, le trattative dovranno concludersi come stabilito entro il marzo 2019.

Le conseguenze principali del voto di giovedì scorso potrebbero quindi riguardare non tanto i contenuti dell’accordo finale tra Regno Unito e Unione Europea, ma la possibilità stessa di raggiungere un accordo. I tempi stretti e l’incertezza sul fronte britannico rendono infatti sempre più concreta l’eventualità di una uscita senza accordo, che sarebbe sicuramente dannosa per entrambe le parti.

Tutti gli attori internazionali, nelle ultime settimane, hanno reso questa opzione non più un tabù. La settimana scorsa l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha, ad esempio, pubblicato il proprio documento annuale sulle prospettive dell’economia globale in cui prevede che il Regno Unito non riuscirà, alla finr, a raggiungere un accordo con l’Unione Europea e che questo avrà conseguenze pesanti per la sua economia.

L’Unione Europea, da parte sua, promette di lavorare al meglio per raggiungere velocemente un accordo favorevole per entrambe le parti: proprio la settimana scorsa Michel Barnier, il capo negoziatore dell’Unione Europea per la Brexit, ha ripetuto che lo scenario di una uscita senza accordo è ciò che si vuole evitare a tutti i costi, viste le conseguenze negative che avrebbe sulla vita dei cittadini europei e britannici. Ma per negoziare bisogna essere in due e un governo britannico debole e confuso al proprio interno certamente non renderà facili le trattative.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo