Brexit Weekly Update: la prima proposta britannica sulla cittadinanza

27 giugno 2017 0 commenti

Lunedì scorso è avvenuto il primo incontro ufficiale tra negoziatori europei e britannici per discutere di Brexit, ma, come avevamo previsto, si è parlato più di come organizzare i lavori che di contenuti. Si sono stabiliti cicli di lavoro di 4 settimane ciascuno, organizzati così per il fronte europeo: nella prima settimana i negoziatori preparano la posizione europea, collaborando con i rappresentanti di Parlamento e Consiglio; nella seconda settimana Unione Europea e Regno Unito si scambiano i documenti con le rispettive posizioni e rivedono le richieste iniziali in base a quanto ricevuto dalla controparte; nella terza settimana avviene l’incontro vero e proprio tra negoziatori europei e negoziatori britannici, organizzato per tavoli di lavoro; nella quarta settimana i negoziatori rendicontano ai rappresentanti di Parlamento e Consiglio su quanto avvenuto la settimana precedente.

L’Unione Europea ha, però, già ottenuto una prima, importante, vittoria: il Regno Unito ha ceduto alla richiesta europea di discutere dei temi in due fasi successive, la prima incentrata sui dettagli del divorzio, la seconda volta a delineare il futuro quadro di relazioni. Il Regno Unito, nei mesi scorsi, aveva ripetuto più volte che avrebbe voluto affrontare in parallelo i due argomenti, ma alla fine ha dovuto accettare l’impostazione richiesta dall’Unione Europea.

Sul piano dei contenuti, l’unico punto emerso con forza è che servirà molto lavoro per trovare una soluzione alla questione del confine irlandese. È una questione di cui si parla poco nel dibattito pubblico italiano, ma che è molto delicata: sia il Regno Unito sia l’Unione Europea vogliono trovare il modo di evitare una frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, perché questa eventualità rischia di riaprire i conflitti da cui l’Irlanda è uscita solo nel 1998 con l’Accordo del Venerdì Santo. È, però, tecnicamente complicato immaginare come si possa evitare una frontiera dal momento che dopo Brexit il Regno Unito e l’Unione Europea (di cui la Repubblica d’Irlanda fa parte) inizieranno ad avere politiche commerciali differenti, il che implica un qualche tipo di controlli su importazioni ed esportazioni.

Dopo l’incontro di lunedì tra i negoziatori, i Capi di Stato europei si sono però incontrati venerdì per un vertice del Consiglio Europeo. In quell’occasione Theresa May ha voluto presentare brevemente a voce la proposta – che il Regno Unito ha ufficialmente avanzato ieri – su un altro punto molto dibattuto, ossia il futuro dei cittadini europei che già risiedono in Gran Bretagna. La proposta britannica è di concedere a tutti i cittadini europei che già risiedono nel Regno Unito la possibilità di ottenere, una volta maturati cinque anni di residenza, uno status giuridico specifico, che permetterà loro di risiedere nel Paese e di avere gli stessi diritti dei cittadini britannici per quanto riguarda copertura welfare e assistenza sanitaria, diritti che una volta ottenuti sarebbero garantiti per tutta la vita, a patto di continuare a vivere stabilmente nel Regno Unito. Lo stesso status potrebbero ottenerlo anche i famigliari dei cittadini europei già residenti nel Regno Unito, a condizione che anch’essi soddisfino il requisito di cinque anni di residenza nel Paese. Il nuovo sistema non entrerebbe subito in vigore appena ufficializzato il divorzio con l’Unione Europea, ma è previsto un periodo di transizione di due anni, durante il quale tutti i cittadini europei (anche che quelli che non risiedevano già nel Regno Unito) potranno chiedere permessi di soggiorno temporanei; scaduto questo periodo di due anni, sarà però sicuro di poter rimanere nel Regno Unito solo chi già ci viveva e ha maturato cinque anni di residenza. L’intera proposta è vincolata al riconoscimento degli stessi diritti per i cittadini britannici che risiedono nell’Unione Europea. All’ultimo punto della proposta si sottolinea che non sarà la Corte di Giustizia Europea a vigilare sul rispetto di quanto stabilito, tema sul quale ci saranno sicuramente degli scontri, visto che i negoziatori europei ritengono il controllo della Corte di Giustizia Europea una misura di garanzia imprescindibile.

La proposta non è stata ancora discussa dal momento che la riunione del Consiglio europeo non era il luogo opportuno per farlo, ma non è stata apprezzata da parte europea, anche se più per il modo per cui è stata presentata che per il contenuto. Nel presentarla Theresa May ha infatti parlato di una proposta “giusta e seria”, ma nei giorni scorsi aveva fatto trapelare l’intenzione di presentare una proposta “generosa”. I Capi di Stato europei non vedono però niente di generoso in una proposta che chiede cinque anni di residenza per ottenere un qualche minimo riconoscimento e sono rimasti quindi delusi, quando non addirittura infastiditi: Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, l’ha definita «al di sotto delle nostre aspettative», mentre il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker ha parlato di proposta «non sufficiente». Anche i meno severi, come Angel Merkel, la vedono al più come un discreto punto di partenza, ma non un’offerta che può essere accettata così come presentata.

C’è, inoltre, da tenere conto che sulla proposta pesa la pessima fama della burocrazia britannica, particolarmente ostica quando si parla di immigrazione. Oggi, ad esempio, per ottenere la cittadinanza britannica è necessario compilare un modulo di 85 pagine, nelle quali è richiesta una documentazione immensa per dimostrare che si è realmente vissuti per nel Regno Unito. Se la procedura non viene snellita, tante persone rischiano di non poter accedere allo status preferenziale anche se ne hanno il diritto perché bloccate da difficoltà amministrative; ad esempio molti, non immaginando che sarebbero serviti, non hanno conservato alcuni documenti oggi richiesti nel modulo per la cittadinanza, come le ricevute della bolletta della luce. Inoltre tante persone che in questo periodo stanno applicando per ottenere la cittadinanza britannica lamentano che gli impiegati degli uffici rendono più complesse le procedure, invece di agevolarle.

Come vedete già il primo punto, su cui eppure c’è una volontà comune di trovare un accordo, presenta grandi difficoltà. Rimane, a maggior ragione, molta preoccupazione riguardo quello che succederà quando si arriverà a parlare di richieste finanziarie, argomento sul quale finora non c’è stata neanche un tentativo di ascolto reciproco.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo