Brexit Weekly Update: nuove forme di cooperazione

10 luglio 2017 0 commenti

La settimana scorsa vi abbiamo raccontato di come Theresa May, nonostante tutte le difficoltà interne alla propria maggioranza, sta continuando a spingere per un’hard Brexit, aiutata su questo anche da una posizione ambigua del Partito Laburista.

Questa settimana stanno però emergendo diverse spinte per mantenere dopo Brexit un alto livello di cooperazione tra Unione Europea e Regno Unito in alcuni settori chiavi, pur non mettendo in questione l’ (con quella che comporta sulla fuoriuscita dal mercato unico, sulla libera circolazione delle persone e sulla giurisdizione della Corte Europea di Giustizia). In particolare i punti su cui sembra ci siano segnali di cooperazione sono sanità, protezione dei dati e difesa.

Lunedì scorso gli equivalenti britannici del Ministro della Sanità e del Ministro dell’Industria hanno pubblicato una lettera aperta in cui chiedono che Regno Unito e Unione Europea continuino a cooperare nel campo della regolamentazione dei farmaci. In caso di mancata collaborazione aumenteranno infatti i tempi e le procedure perché siano disponibili in Europa farmaci sviluppati nel Regno Unito e viceversa, con danni soprattutto per i pazienti.

Il giorno immediatamente successivo si è fatto sentire il British Information Commissioner’s Office, un ufficio pubblico non-dipartimentale che risponde direttamente al Parlamento britannico e si occupa di telecomunicazione e protezione dei dati. L’ufficio ha pubblicato martedì un documento in cui chiede che Regno Unito e Unione Europea mantengano un alto livello di cooperazione nel settore della protezione dei dati, per evitare che divergenze di legislazione creino barriere nel commercio digitale e per tentare assieme di restare leader nel fissare gli standard globali di protezione e sicurezza dei dati.

Infine il quotidiano online Politico ha sollevato il problema di cosa accadrà per il Gruppo Tattico dell’Unione Europeo, un’unità militare che risponde direttamente al Consiglio Europeo nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune. Il gruppo tattico non è un’unità veramente europea, non è reclutata direttamente dall’Unione, ma è sostenuta a turno dai vari Paesi membri, che sono chiamate a mettere a disposizione le proprie forze militari. Ebbene, nella seconda metà del 2019 sarebbe toccato al Regno Unito contribuire, ma per quella data il Paese sarà già uscito dall’Unione Europea. Nonostante questo i britannici non hanno ancora formalmente rinunciato all’incarico e questo apre dei dubbi. Al momento non è possibile aderire ai progetti della Politica di sicurezza e di difesa comune senza essere un Paese membro dell’Unione Europea, ma ovviamente si potrebbe tentare di arrivare ad un accordo ed è quello a cui sembrano puntare sia il Regno Unito sia alcuni Stati europei (come la Germania) che non vogliono fare a meno del contributo militare britannico proprio nel momento in cui l’Unione Europea sta spingendo per avere politiche di difesa e sicurezza più integrate.

A queste questioni ufficialmente sul tavolo bisogna aggiungere alcune indiscrezioni che stanno uscendo sul futuro dei negoziati. Pare che si stia esplorando la possibilità per il Regno Unito di restare nell’Unione doganale europea per quanto riguarda lo scambio di beni ma di uscirne per quanto riguarda lo scambio di servizi. Questa opzione permetterebbe al Regno Unito di avere una politica commerciale autonoma da quella europea solo per quanto riguarda i servizi, ma non per i beni; dal momento che i servizi rappresentano circa l’80% dell’economia britannica sarebbe uno scenario che in teoria permetterebbe da un lato di evitare il problema dell’interruzione delle catene di approvvigionamento tra Unione Europea e Regno Unito e dall’altro al Regno Unito di tentare quella scalata ad una leadership economica globale su cui tanto hanno puntato i sostenitori della Brexit.


Il problema è che tutte queste proposte di collaborazione presentano enormi difficoltà tecniche e politiche, che rendono al momento tutt’altro che scontato un accordo così stretto. Ma soprattutto la domanda che viene da porsi è un’altra: se c’è tutta questa voglia di collaborare e se c’è il desiderio di avere una partnership profondo e speciale (come ripete Theresa May), allora perché lasciare l’Unione Europea e perché continuare a parlare di hard Brexit? Tanto più che come ha ricordato questa settimana Michel Barnier (capo negoziatore europeo per la Brexit) i negoziati sul divorzio e sulla futura relazione potranno al più limitare i danni, ma non eliminarli del tutto e tantomeno potranno trasformare la Brexit in qualcosa di positivo.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo