Brexit Weekly Update: facciamo i conti

17 luglio 2017 0 commenti

È cominciato oggi a Bruxelles, negli uffici della Commissione europea, il secondo round negoziale sulla Brexit, durante il quale per tre giorni i negoziatori di Unione Europea e Regno Unito si siederanno fisicamente allo stesso tavolo a discutere. Il caponegoziatore europeo Michel Barnier ha aperto l’incontro dicendo che, dopo un primo incontro incentrato più che altro sull’organizzazione dei lavori, questa volta si scaverà al cuore delle questioni in gioco, che per la prima fase di trattative sono, come ripetuto più volte, i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e di quelli britannici che vivono nei Paesi dell’Unione Europa, il problema del confine irlandese e gli accordi finanziari.

Nelle settimane scorse vi avevamo già raccontato di come la proposta britannica sui diritti dei cittadini fosse stata accolta male dai negoziatori europei, che non hanno mancato di sottolineare il loro disappunto, mentre diversi parlamentari europei hanno addirittura minacciato di mettere il voto sull’accordo finale se non si otterranno notevoli miglioramenti su questo punto.

Ma sono state invece le questioni finanziarie l’argomento più discusso dell’ultima settimana. Sostanzialmente, il problema può essere così riassunto: il Regno Unito si era impegnato a partecipare al bilancio europeo ed altri progetti paralleli almeno fino al 2020, quindi l’Unione Europea chiede che questi impegni siano rispettati nonostante la Brexit, ma il Regno Unito ritiene che non ci siano invece obblighi legali alla base della richiesta di pagamento.

La contrapposizione di vedute è subito apparsa problematica, ma quest’ultima settimana le tensioni sono aumentate causa delle dichiarazioni di Boris Johnson, Ministro degli Esteri britannico e personaggio uso a uscite provocatorie e sopra le righe. Martedì scorso, infatti, Jonhson, intervenendo in Parlamento, ha detto che i Capi di Stato Europei possono “stare freschi” se sperano di ricevere questi soldi (in inglese ha detto go whistle, espressione che si può tradurre più letteralmente come “fischiare al vento”). Michel Barnier ha risposto prontamente che non sente nessun fischiettio, ma un orologio che ticchetta, ricordando che il tempo per le trattative è poco e dicendo implicitamente che sarebbe meglio per entrambi adottare un atteggiamento costruttivo.

La cifra richiesta è in effetti alta (secondo le prima stime oscilla tra i 60 e i 100 miliardi di euro) ma sarebbe assurdo bloccare le trattative su questo punto. Uno studio preparato dall’Office for Budget Responsibility, un’istituzione britannica con funzioni consultiva sulle questioni di bilancio, ha rilevato che il più grande rischio per la Gran Bretagna è un calo della produttività, quasi certo in caso di mancato accordo: un calo della produttività dell’0,1% per più di 50 anni porterebbe a un calo del 4,6% del PIL, costando molto più di qualsiasi accordo finanziario.

Proprio per questi negli ultimi giorni, voci del Governo britannico più ragionevoli di Boris Johnson hanno rassicurato sul fatto che il Regno Unito rispetterà gli impegni presi. Per rendere il negoziato meno duro Michel Barnier ha proposto di evitare di parlare direttamente di cifre, concentrandosi invece nel trovare un accordo su una metodologia di calcolo condivisa e da questa impostazione si dovrebbe partire in questi giorni. Rimane però che uno dei punti fermi europei, difficilmente accettabile dal Regno Unito, è che il pagamento avvenga in Euro, a causa dell’instabilità della Sterlina, il cui valore è calato di molto dopo il referendum e si teme calerà ulteriormente nei prossimi mesi.

Come vedete, non sarà facile trovare un accordo. Il Regno Unito continua almeno a parole a mantenersi su posizioni dure, come confermato anche con un certo orgoglio dal Ministro britannico per la Brexit, David Davis. Eppure, come ha ricordato Michel Barnier, sarebbe necessaria un po’ di flessibilità per creare un clima di fiducia reciproca. Senza fiducia come si può infatti anche solo pensare di arrivare a quella partnership profonda e speciale, di cui continua a parlare Theresa May, e a quell’accordo commerciale che il Regno Unito continua a chiedere con insistenza?

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo